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martedì 18 dicembre 2012

Resistere alla crisi, questione di "etichetta".

Correva l’anno 1848. Mentre la grande storia accendeva i riflettori sulle riforme liberali del Re Carlo Alberto (Statuto albertino, libertà di culto ai valdesi), mentre grandi moti rivoluzionari infiammavano le città europee e quelle di un’Italia ancora in gestazione, a Torino un laboratorio artigianale di piazza Carlo Emanuele II (piazza «Carlina») otteneva la fornitura di ghette per l’esercito albertino. Decollava l’attività di una bottega artigianale che oggi ancora funziona come industria, non più a Torino ma nella nostra San Mauro: il Nastrificio Bonicatti di via Torino.

A metà Ottocento l’ingaggio dell’esercito fu il trampolino di lancio per il piccolo laboratorio, che su telai primitivi prese a produrre bordi e cinghie in gran quantità. Tutt’oggi produce etichette tessute, composizioni stampate, nastri Jacquard, cartellini stampati e paramenti sacri. Una realtà produttiva che resiste alla crisi economica. Per ripercorrere la sua storia dobbiamo partire dal 1840, quando Giovanni Bonicatti aprì il laboratorio in piazza Carlina: trent’anni dopo si rendeva già necessario il trasferimento presso locali più ampi in via Vanchiglia.

Vincenzo, nipote del fondatore, si trasferì in Francia, nella zona di Lione (a St. Etienne), rinomata per la coltura dei bachi da seta. Fu assunto in azienda tessile con la qualifica d’apprendista, ebbe modo di visionare le prime macchine da tessitura Jacquard, le più moderne di quell’epoca, e intuendone la validità, mandò i disegni a Torino. Il padre fece costruire un telaio italiano gemello di quello francese, e così a Torino s’iniziò la produzione di nastri «scritti» da inserire nelle cuciture delle gonne e dei pantaloni delle sartorie torinesi. Rientrato in Italia Vincenzo soggiornò temporaneamente a Pisa dove trovò i finanziamenti necessari per l’acquisto di una fornace torinese in disuso, in zona Borgata Rosa. La trasformò in stabilimento per la produzione di fornitura militare e ferroviaria, ma soprattutto la attrezzò per stampare le prime etichette su scala industriale.

Dopo la prima guerra mondiale Pietro, figlio di Vincenzo, trasferirà l’azienda a San Mauro, in Borgata Pescatori dove tutt’ora risiede. Figura chiave nella conduzione era la moglie di Pietro. L’attività si sviluppò acquisendo la fornitura d’etichette tessute, dei primi grandi marchi, come il Gruppo finanziario tessile, Maglificio Biella, Zegna, che nascevano in quegli anni; proseguiva anche la produzione di nastri per forniture ferroviarie e per la Fiat. La seconda guerra mondiale interruppe brevemente la produzione. Poi un altro Vincenzo, con la moglie Teresa ed il collaboratore Giuseppe Audello, ripresero il lavoro migliorando la qualità e produttività, anche grazie a telai più moderni, pensati all’interno dell’azienda stessa. La ditta venne ampliata. Negli anni Ottanta del Novecento la gestione è passata ai figli di Vincenzo, Pietro e Franca, che hanno acquisito la fornitura di grandi marchi quali Valentino Garavani, Giorgio Armani, Dolce & Gabbana Robe di Kappa, Jesus, Invicta, Henry Cotton’s, solo per citarne alcuni. La loro generazione ha visto l’abbinamento dei telai all’elettronica: un lavoro che prima veniva svolto da almeno 5 persone, si compie ormai con 3. Anche i paramenti sacri, un tempo pazientemente ricamati dalle suore di clausura, oggi possono essere programmati in uno di questi telai.
Oggi la battaglia industriale di Bonicatti si gioca tutta sulla qualità. La competizione del mercato internazionale è pressante. Mentre i grandi gruppi tessili e le grandi firme, acquirenti di etichette, tendono a trasferire la produzione all’estero, nei paesi emergenti, fa riflette una foto storica (anno 1900) affissa nello studio del nastrificio sanmaurese: decine di operai in posa con i loro bambini, che a quell’epoca – quando Bonicatti aveva 60 dipendenti – si avvicinavano al mestiere intorno ai 10 anni.

Di fronte alla sfida della globalizzazione Pietro e Franca stanno dando al prodotto una valenza sempre più artigianale, curando la qualità, privilegiando il contatto umano e sfruttando l’esperienza di ben sei generazioni. Dopo aver attraversato il XIX e XX secolo, ci auguriamo che questo settore lavorativo così particolare, presente nel nostro territorio, continui il suo cammino nel XXI secolo con la settima generazione.

Luisa PILONE

articolo pubblicato su "Testata d'Angolo - Voce del Popolo" del 25 XI 2012

mercoledì 12 dicembre 2012

Quando il Bucintoro passò a San Mauro

Tra l’1 e il 2 settembre 1731 la «Peota di gala» (il piccolo Bucintoro dei Savoia, realizzato sulla struttura di una robusta imbarcazione lagunare a fondo piatto di ben 16 metri di lunghezza, quasi 3 metri di larghezza e del peso di oltre 5 tonnellate) che Carlo Emanuele III di Savoia, Re di Sardegna, aveva ordinato ad uno «scuero», tipico cantiere navale veneziano, transitò sul Po di fronte a San Mauro durante il trasferimento da Venezia a Torino. Data la notevole distanza tra Crescentino, da dove la Peota era salpata l’1 settembre, e Torino (una quarantina di chilometri da percorrere controcorrente al traino di buoi e con la necessità di superare i numerosi traghetti e molini natanti presenti sul grande fiume) non è da escludere che la preziosa imbarcazione abbia compiuto una breve sosta presso la millenaria abbazia benedettina di Pulcherada, considerato anche che a bordo, quale delegato ad accompagnare la consegna, e ad incassare le 14 mila Lire piemontesi pattuite, era presente anche un religioso, frate Antonio Brunello (agostiniano), forse interessato a una breve visita all’abbazia e alla chiesa, ampiamente rimaneggiata nel 1665 dall’Abate Commendatario Petrino Aghemio. Secondo informazioni raccolte da Luigi Griva, archeologo subacqueo, specializzato sul fiume Po, il 28 agosto 1731 attraccò a Frassineto, porto fluviale di Casale, un convoglio di quattro barche: due battelli da carico, una gondola e la Peota reale, gioiello nautico ricco di intagli, figure dorate e divinità fluviali.

Il convoglio, partito dalla laguna veneziana il 2 agosto, superato il delta e affrontata la corrente contraria del Po, aveva costeggiato le rive dei numerosi stati rivieraschi: Repubblica di Venezia, Ducato di Mantova, Ducato di Milano, la Romagna pontificia, i Ducati di Modena e di Parma e Piacenza. Dopo una sosta al Ponte di Pavia, il viaggio riprese il 15 agosto, giorno dell’Assunta, e il 28 giunse appunto a Frassineto così che Giovanni Antonio Coppo (funzionario delle dogane di Casale) potè inviare un messaggio al Generale di Saint Laurent a Torino: «È giunta a questa rippa sta mane circa le hore quindeci il consegnato bastimento felicemente». Partito da Crescentino il giorno 1, il convoglio venne preso in consegna il 2 settembre dal governatore del palazzo del Valentino, Giovanni Battista Lanfranchi. Il viaggio sul fiume era durato in tutto 31 giorni. Storicamente, dopo l’arrivo a Torino, la Peota fu protagonista del primo viaggio compiuto dal Re in Italia via fiume nel 1734; della celebrazione del matrimonio tra Carlo Emanuele IV e Maria Clotilde di Borbone nel 1775; dei matrimoni di Vittorio Emanuele II con Maria Adelaide nel 1842 e di Amedeo d’Aosta con Maria dal Pozzo della Cisterna nel 1867.

La Peota è stata gelosamente conservata per 280 anni (il coevo Bucintoro dogale del 1729 fu distrutto per recuperare preziose lamine d’oro). Riportata all’antico splendore grazie anche al finanziamento da parte della Consulta per la Valorizzazione dei Beni Artistici e Culturali di Torino, dallo scorso 16 novembre fa bella mostra di sé alla Reggia della Venaria dove resterà inserita nel percorso museale, probabilmente in una sezione dedicata alla cultura fluviale piemontese.

Piero NEBBIA articolo apparso su "Testata d'Angolo" del 25 XI 2012