Mi presento: sono Elena Carola
Colla, cittadina di San Mauro
da quando sono nata 26 anni fa.
Questo luogo fa parte della storia
della mia famiglia poiché, da
parte di mamma, le generazioni
sanmauresi si perdono nel tempo.
Mi sono laureata nel 2012:
corso di laurea in «Lingue e culture
dell’Asia e dell’Africa» presso
l’Università di Torino. I professori
mi proposero, la specialistica,
con un anno di corso in Cina. La
decisione è stata carica di dubbi,
ma poi, con il sostegno dei miei
genitori, ho scelto di partire ed
ora ritengo mi sia stata offerta
una grande opportunità.
Già nel 2010 avevo studiato sei
mesi a Pechino. Allora, come ora,
soggiornai in un campus, con la
differenza che a Pechino tutti gli
ambienti erano riscaldati e avevo
il bagno in camera. Ora mi trovo
a Shanghai, che essendo più a
sud viene ritenuta città più calda,
sebbene il termometro può
anche raggiungere i 10 gradi
sotto zero, nelle camere c’è l’aria
condizionata mentre i corridoi
ed i bagni comuni non hanno
alcun tipo di riscaldamento.
Il volo che ho preso lo scorso
mese di agosto 2012 mi ha portata
in questo Paese, così diverso
dal nostro, che in questi ultimi
anni si è affacciato alla ribalta sul
palcoscenico del mondo e che,
forse, condizionerà la mie scelte
future. Shanghai è una città diversa
da Pechino, con caratteristiche
più occidentali: è più cara
e gran parte dei cittadini sono
concentrati nell’accumulo di
denaro e nell’ostentazione di
una ricchezza raggiunta. Ci
sono molti ristoranti occidentali,
anche italiani, ne ho visti
tre con il nome «Da Marco».
Shanghai è il simbolo, forse
più di Pechino, dell’enorme
sviluppo che la Cina ha raggiunto;
è la dimostrazione che
il Paese intende continuare il
cammino di modernizzazione.
Il grattacielo più alto di questa
città raggiunge i 492 metri, è il
IV° nel mondo ed ha 93 piani.
Essendo rimasta in Cina anche
durante le lunghe festività del
capodanno cinese, ne ho approfittato
per visitare Hong Kong
ed altri luoghi.
La bellezza di questi luoghi non
deve distogliere l’attenzione dai
tanti problemi della Cina. In
questo momento fra la gente
c’è paura per la vicinanza con
la Corea, poi c’è il grave problema
dell’inquinamento, e si
deve convivere con l’influenza
aviaria, che ha già mietuto più
di 100 vittime. Quanto alla tradizione
nel cucinare gatti e cani
posso testimoniare che i gatti
sono divenuti compagni e amici
dell’uomo mentre i cani subiscono
ancora una sorte tragica.
Di fronte alla mia stizza mi è
stato risposto: «Voi occidentali
mangiate i cavalli».
Nella foto: La sanmaurese Elena Colla (al centro) con due amiche davanti all’Oriental Pearl Tower di Shangai in Cina, dove sta completando gli studi universitari
Elena COLLA
Articolo pubblicato
mercoledì 31 luglio 2013
mercoledì 10 luglio 2013
Il mito delle fragole
Nel calendario degli eventi di
San Mauro continua a venire
programmata la «Festa delle
Fragole», anche se i terreni
adibiti a questa coltivazione
sono rimasti pochi e le qualità
di maggior pregio non sono
neppure più nella categoria del
panda, perché sui terreni più
favorevoli sono cresciuti tanti
«alberi» di cemento. I palazzi,
senz’altro più fruttuosi dal
punto di vista finanziario, hanno
cancellato il prestigio che il
piccolo frutto rosso aveva dato
a San Mauro.
Per immaginare un paesaggio
fatto di tante piccole pianticelle,
non rimane che sfogliare
gli album fotografici di molte
famiglie sanmauresi.
Eugenia e Marilena Gilardi ci hanno mostrato le loro foto, molte sono in bianco e nero, ma possiamo immaginare quanto i terreni coltivati fossero verdi per le foglie, rossi per i frutti e bianco-gialli, per la paglia che il loro papà buttava fra un filare e l’altro affinché l’erba non crescesse. Fra i filari spicca la figura di Domenico Gilardi, da tutti conosciuto come Minòt. Figlio di Giuseppe Gilardi ed Eugenia Pilone, crebbe fra i filari di via Lunga (Sambuy) e dove ora c’è la farmacia di Sambuy. Assorbì i segreti della coltivazione. Produrre fragole divenne, per lui, una passione che trasmise alla moglie Ernesta Berton e alle figlie Eugenia e Marilena che, il giovedì, accompagnavano la mamma ai mercati generali, dal momento che in quel giorno, negli anni Cinquanta, non si andava a scuola.
Nella foto, Minòt e Ernesta fra i filoni negli anni sessanta.
La consegna delle fragole era un piccolo viaggio, il cappuccino preso al bar trasformava quella giornata in un giorno di festa. Ci sono anche foto più recenti, quelle in cui, fra i filari, scorazzano i nipotini Roberto e Paola Antonetto. Quando si fece costruire la casa in via Alfieri (allora via Rapo) per provare il terreno, Minot iniziò con 5 filari, era il 1953, poi divenne il più grande coltivatore di San Mauro. Il suo lavoro ufficiale era quello di vigile urbano di San Mauro; nei mesi d’aprile e maggio, s’alzava prestissimo per poter andare nei campi prima di recarsi al lavoro. Poi, durante il periodo di raccolta, che durava circa venti giorni, arrivavano ragazze da Locana e da Ronco Canavese, Minòt lavorava con loro perché le ferie le richiedeva per quei giorni, pur rimanendo a disposizione, per il 2 giugno e le domeniche. Le sue fragole erano amate anche dal Prefetto di Torino che negli anni Cinquanta veniva di persona ad acquistarle. Venivano richieste dal ristorante «L’Aquila» che si trovava di fronte al municipio.
Le piantine provenivano da Ferrara, Minòt le faceva arrivare anche per altri coltivatori, la più famosa era la «Bella Ruby»; le fragoline di Bosconero, invece, non erano adatte per quel terreno. Un anziano artigiano che abitava in valle Chianale, gli intrecciava i cestini in vimini che lui voleva personalizzati, così da un lato c’era l’iniziale G (verde), dall’altro lato la D (rossa), mentre il manico veniva dipinto in bianco al centro e rosso e verde alle due estremità, Quando non poté più avere quei cestini, Minòt s’ingegnò inventando un platò in legno con il manico in ferro (per la praticità del trasporto). Realizzò anche un sistema d’irrigazione, fatto di tubi di plastica, lunghi sei metri, bucati e appoggiati su cavalletti.
La sua coltivazione fu visitata da una delegazione del comune di Peveragno (Cuneo), e una foto, che porta la data 5 giugno 1958, ricorda quell’evento. Altre foto hanno fermato l’attimo di una meritata premiazione su un grande palco davanti alla scuola Nino Costa. A ricevere il premio dalle mani del sindaco Federico Guerrini erano Eugenia o Marilena, ma il merito delle 10 coppe, 3 medaglie d’oro ed 1 d’argento andava al papà. Domenico Gilardi (1917/2010), alpino, vigile e coltivatore, ha avuto un percorso di vita molto lungo durante il quale di San Mauro si è trasformata.
Nella foto, la premiazione della coltivazione familiare.
Come tanti altri coltivatori (ricordati in altri vecchi articoli di questo giornale) hanno lasciato in eredità album fotografici e scatole di latta contenenti foto antiche, vecchie e più recenti che sono la nostra macchina del tempo. In quelle immagini ritroviamo volti e luoghi di una San Mauro che non c’è più.
Luisa PILONE
Articolo pubblicato su "Testata d'Angolo" del 26/5/2013
Eugenia e Marilena Gilardi ci hanno mostrato le loro foto, molte sono in bianco e nero, ma possiamo immaginare quanto i terreni coltivati fossero verdi per le foglie, rossi per i frutti e bianco-gialli, per la paglia che il loro papà buttava fra un filare e l’altro affinché l’erba non crescesse. Fra i filari spicca la figura di Domenico Gilardi, da tutti conosciuto come Minòt. Figlio di Giuseppe Gilardi ed Eugenia Pilone, crebbe fra i filari di via Lunga (Sambuy) e dove ora c’è la farmacia di Sambuy. Assorbì i segreti della coltivazione. Produrre fragole divenne, per lui, una passione che trasmise alla moglie Ernesta Berton e alle figlie Eugenia e Marilena che, il giovedì, accompagnavano la mamma ai mercati generali, dal momento che in quel giorno, negli anni Cinquanta, non si andava a scuola.
Nella foto, Minòt e Ernesta fra i filoni negli anni sessanta.
La consegna delle fragole era un piccolo viaggio, il cappuccino preso al bar trasformava quella giornata in un giorno di festa. Ci sono anche foto più recenti, quelle in cui, fra i filari, scorazzano i nipotini Roberto e Paola Antonetto. Quando si fece costruire la casa in via Alfieri (allora via Rapo) per provare il terreno, Minot iniziò con 5 filari, era il 1953, poi divenne il più grande coltivatore di San Mauro. Il suo lavoro ufficiale era quello di vigile urbano di San Mauro; nei mesi d’aprile e maggio, s’alzava prestissimo per poter andare nei campi prima di recarsi al lavoro. Poi, durante il periodo di raccolta, che durava circa venti giorni, arrivavano ragazze da Locana e da Ronco Canavese, Minòt lavorava con loro perché le ferie le richiedeva per quei giorni, pur rimanendo a disposizione, per il 2 giugno e le domeniche. Le sue fragole erano amate anche dal Prefetto di Torino che negli anni Cinquanta veniva di persona ad acquistarle. Venivano richieste dal ristorante «L’Aquila» che si trovava di fronte al municipio.
Le piantine provenivano da Ferrara, Minòt le faceva arrivare anche per altri coltivatori, la più famosa era la «Bella Ruby»; le fragoline di Bosconero, invece, non erano adatte per quel terreno. Un anziano artigiano che abitava in valle Chianale, gli intrecciava i cestini in vimini che lui voleva personalizzati, così da un lato c’era l’iniziale G (verde), dall’altro lato la D (rossa), mentre il manico veniva dipinto in bianco al centro e rosso e verde alle due estremità, Quando non poté più avere quei cestini, Minòt s’ingegnò inventando un platò in legno con il manico in ferro (per la praticità del trasporto). Realizzò anche un sistema d’irrigazione, fatto di tubi di plastica, lunghi sei metri, bucati e appoggiati su cavalletti.
La sua coltivazione fu visitata da una delegazione del comune di Peveragno (Cuneo), e una foto, che porta la data 5 giugno 1958, ricorda quell’evento. Altre foto hanno fermato l’attimo di una meritata premiazione su un grande palco davanti alla scuola Nino Costa. A ricevere il premio dalle mani del sindaco Federico Guerrini erano Eugenia o Marilena, ma il merito delle 10 coppe, 3 medaglie d’oro ed 1 d’argento andava al papà. Domenico Gilardi (1917/2010), alpino, vigile e coltivatore, ha avuto un percorso di vita molto lungo durante il quale di San Mauro si è trasformata.
Nella foto, la premiazione della coltivazione familiare.
Come tanti altri coltivatori (ricordati in altri vecchi articoli di questo giornale) hanno lasciato in eredità album fotografici e scatole di latta contenenti foto antiche, vecchie e più recenti che sono la nostra macchina del tempo. In quelle immagini ritroviamo volti e luoghi di una San Mauro che non c’è più.
Luisa PILONE
Articolo pubblicato su "Testata d'Angolo" del 26/5/2013
martedì 9 luglio 2013
Quelli del CURRICULUM BIRRAE
Una serata rivolta ai giovani
per imparare a compilare un
curriculum vitae «come si
deve» in uno dei luoghi preferiti
dai ragazzi: il pub. «Curriculum
Birrae», questo il simpatico
nome dell’iniziativa che
ha tenuto banco – anzi, bancone!
– il 29 aprile al Derry Pub
di San Mauro.
Organizzata dalla Gioc e da alcuni giovani dell’oratorio di San Mauro la serata ha visto la partecipazione di una ventina di persone (fra relatori, animatori, ragazzi e avventori più o meno casuali) interessate a un aspetto fondamentale per l’inserimento nel lavoro. «Portiamo il curriculum, rendiamolo efficace, beviamoci su» lo slogan dell’iniziativa grazie alla preziosa consulenza di Viola, una militante Gioc che ha ricevuto una formazione specifica e ha condiviso l’esperienza di decine di curriculum visionati.
Giovani e lavoro: è un tema caldo, non semplice da trattare, spesso vissuto con scoramento e negatività. Se le generazioni diverse non si parlano, anche il valore di iniziative come questa, dove i giovani aiutano altri giovani condividendo un po’ di tempo, le proprie conoscenze e le proprie capacità. Iniziativa analoghe, cui ci si è ispirati, si sono svolte in altre località, per esempio a Piossasco. Anche se i partecipanti erano in prevalenza universitari, le informazioni sui curriculum sono state apprezzate soprattutto per la spiegazioni di alcuni dettagli e a tante informazioni che normalmente vengono date per scontate o lasciate all’ambiguità di interpretazione: preferire il curriculum in formato europeo e Europass; fare assolutamente attenzione ad errori di battitura; evitare di inserire una foto, a meno che non sia richiesto; elencare le esperienze lavorative e di istruzione partendo dalla più recente, facendo sempre attenzione a non lasciare periodi di «inattività» troppo marcati; inserire poi tutte le caratteristiche personali facendo bene attenzione a suddividerle nelle corrette sezioni e soprattutto… metterci la firma!
Matteo DE DONA'
Articolo pubblicato su "Testata d'Angolo" del 26/5/2013
Organizzata dalla Gioc e da alcuni giovani dell’oratorio di San Mauro la serata ha visto la partecipazione di una ventina di persone (fra relatori, animatori, ragazzi e avventori più o meno casuali) interessate a un aspetto fondamentale per l’inserimento nel lavoro. «Portiamo il curriculum, rendiamolo efficace, beviamoci su» lo slogan dell’iniziativa grazie alla preziosa consulenza di Viola, una militante Gioc che ha ricevuto una formazione specifica e ha condiviso l’esperienza di decine di curriculum visionati.
Giovani e lavoro: è un tema caldo, non semplice da trattare, spesso vissuto con scoramento e negatività. Se le generazioni diverse non si parlano, anche il valore di iniziative come questa, dove i giovani aiutano altri giovani condividendo un po’ di tempo, le proprie conoscenze e le proprie capacità. Iniziativa analoghe, cui ci si è ispirati, si sono svolte in altre località, per esempio a Piossasco. Anche se i partecipanti erano in prevalenza universitari, le informazioni sui curriculum sono state apprezzate soprattutto per la spiegazioni di alcuni dettagli e a tante informazioni che normalmente vengono date per scontate o lasciate all’ambiguità di interpretazione: preferire il curriculum in formato europeo e Europass; fare assolutamente attenzione ad errori di battitura; evitare di inserire una foto, a meno che non sia richiesto; elencare le esperienze lavorative e di istruzione partendo dalla più recente, facendo sempre attenzione a non lasciare periodi di «inattività» troppo marcati; inserire poi tutte le caratteristiche personali facendo bene attenzione a suddividerle nelle corrette sezioni e soprattutto… metterci la firma!
Matteo DE DONA'
Articolo pubblicato su "Testata d'Angolo" del 26/5/2013
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lunedì 1 luglio 2013
Cemento STOP
San Mauro va verso un nuovo
Piano urbanistico, con il superamento
delle controverse
Varianti 11 e 14. La notizia è
stata ufficializzata lo scorso 15
aprile, durante un Consiglio
comunale «aperto», il secondo
nella storia locale. Un appuntamento
tenutosi in un luogo
insolito: il teatro «Gobetti»,
gremito in ogni ordine di posti.
Unico ordine del giorno della
serata era il «Futuro urbanistico
della citta: quali strategie?».
Un tema che si conclude con
un interrogativo e forse non è
un caso, tenuto conto di quanto
la questione urbanistica sia
sempre stata foriera di discussioni
accese in città e continui
ad esserlo.
Nella foto: l'assemblea comunale del 15 aprile
La serata ha dato risposta alle numerose richieste avanzate nei mesi precedenti da singoli cittadini, componenti politiche sanmauresi e comitati spontanei contro nuove varianti al Piano regolatore. I presenti hanno avuto la possibilità di richiedere interventi o porre quesiti. Energia sostenibile, sicurezza e sviluppi futuri («smart building») sono stati alcuni degli argomenti che hanno caratterizzato tutta la prima ora, occupata da una relazione del vice sindaco Lucrezia Colurcio. Una lunga lista di punti sulla San Mauro che sarà o che potrebbe diventare in futuro. Quando il pubblico ha iniziato a rumoreggiare, l’Amministrazione ha precisato e comunicato l’unica novità a breve termine: la definizione di una variante strutturale generale al Piano regolatore e un nuovo Documento di programmazione urbanistica (Dpu), mettendo così la parola «fine» sulle Varianti 11 e 14.
Tanti gli interventi, tenuti nel tempo massimo di 3 minuti ciascuno. Non sono mancati commenti politici, soprattutto da parte di consiglieri ed esponenti della minoranza e c’è stato spazio anche per interventi tecnici, sollecitati dall’Amministrazione. «No a nuove edificazioni » ha garantito l’architetto della Provincia di Torino, Paolo Foietta, riferendosi non solo a San Mauro ma all’intero territorio provinciale. «Il Piano territoriale approvato nel mese di agosto 2011 si riferisce a tutta la Provincia di Torino dove si vanno a tutelare le aree agricole contenendo il consumo del suolo» ha precisato Foietta. Come sarà possibile? «Individuando le esigenze delle aree urbane, gli edifici vuoti, riqualificando attraverso nuove cubature senza ulteriore utilizzo di aree agricole», ha risposto l’architetto portando alcuni esempi nella cintura torinese. Cittadini e comitati temono che alle parole non seguano i fatti, mentre una mozione firmata da numerosi consiglieri comunali di minoranza chiede al Comune che a fronte della rinuncia dell’alienazione dell’area di via Asti (Variante 11), il Comune provveda a restituire quanto versato dall’acquirente. Nel frattempo il «Comitato No Varianti» rivendica un ruolo che va oltre all’opposizione a nuovi insediamenti. «Vi è anche un altro aspetto più culturale oltre quello finanziario – scrive in una nota Bruno Bonino, uno dei promotori - Il Comitato No Varianti ha portato, in questi ultimi quattro anni, nel nostro comune, la cultura del limite al consumo di suolo, della tutela del paesaggio ha fatto conoscere alla popolazione le ottime norme del Piano territoriale di Coordinamento della Provincia di Torino, ha cercato di mettere in evidenza l’importanza di conoscere il dato degli alloggi sfitti prima di costruire nuove abitazioni. Ha parlato di standard urbanistici per i servizi quando l’amministrazione comunale presentava tabelle e conti molto parziali e qualche volta errati».
Nelle foto: i prati di via Musiné e via Asti, preservati da nuove costruzioni.
A San Mauro – come è stato ricordato durante la serata – permangono anche problemi di messa in sicurezza, soprattutto nell’area collinare, dove si registrano frequentemente frane, e nelle aree vicino al fiume Po e ai rii. Un altro tema aperto riguarda l’area dell’autoporto Pescarito: dal 2015 sarà gestita dal Comune che erediterà dal Consorzio Pescarito la gestione delle infrastrutture (strade, illuminazione, rete fognaria) in una fetta di città, confinante con Settimo e Torino, densa di criticità e con sempre meno insediamenti industriali e produttivi. Pescarito occupa 1.141.000 mq e l’anno scorso il Consorzio aveva in cassa circa 200 mila euro, considerati insufficienti a coprire tutte le spese.
Emanuele FRANZOSO
Articolo pubblicato su "Testata d'Angolo" del 25/6/2013
Nella foto: l'assemblea comunale del 15 aprile
La serata ha dato risposta alle numerose richieste avanzate nei mesi precedenti da singoli cittadini, componenti politiche sanmauresi e comitati spontanei contro nuove varianti al Piano regolatore. I presenti hanno avuto la possibilità di richiedere interventi o porre quesiti. Energia sostenibile, sicurezza e sviluppi futuri («smart building») sono stati alcuni degli argomenti che hanno caratterizzato tutta la prima ora, occupata da una relazione del vice sindaco Lucrezia Colurcio. Una lunga lista di punti sulla San Mauro che sarà o che potrebbe diventare in futuro. Quando il pubblico ha iniziato a rumoreggiare, l’Amministrazione ha precisato e comunicato l’unica novità a breve termine: la definizione di una variante strutturale generale al Piano regolatore e un nuovo Documento di programmazione urbanistica (Dpu), mettendo così la parola «fine» sulle Varianti 11 e 14.
Tanti gli interventi, tenuti nel tempo massimo di 3 minuti ciascuno. Non sono mancati commenti politici, soprattutto da parte di consiglieri ed esponenti della minoranza e c’è stato spazio anche per interventi tecnici, sollecitati dall’Amministrazione. «No a nuove edificazioni » ha garantito l’architetto della Provincia di Torino, Paolo Foietta, riferendosi non solo a San Mauro ma all’intero territorio provinciale. «Il Piano territoriale approvato nel mese di agosto 2011 si riferisce a tutta la Provincia di Torino dove si vanno a tutelare le aree agricole contenendo il consumo del suolo» ha precisato Foietta. Come sarà possibile? «Individuando le esigenze delle aree urbane, gli edifici vuoti, riqualificando attraverso nuove cubature senza ulteriore utilizzo di aree agricole», ha risposto l’architetto portando alcuni esempi nella cintura torinese. Cittadini e comitati temono che alle parole non seguano i fatti, mentre una mozione firmata da numerosi consiglieri comunali di minoranza chiede al Comune che a fronte della rinuncia dell’alienazione dell’area di via Asti (Variante 11), il Comune provveda a restituire quanto versato dall’acquirente. Nel frattempo il «Comitato No Varianti» rivendica un ruolo che va oltre all’opposizione a nuovi insediamenti. «Vi è anche un altro aspetto più culturale oltre quello finanziario – scrive in una nota Bruno Bonino, uno dei promotori - Il Comitato No Varianti ha portato, in questi ultimi quattro anni, nel nostro comune, la cultura del limite al consumo di suolo, della tutela del paesaggio ha fatto conoscere alla popolazione le ottime norme del Piano territoriale di Coordinamento della Provincia di Torino, ha cercato di mettere in evidenza l’importanza di conoscere il dato degli alloggi sfitti prima di costruire nuove abitazioni. Ha parlato di standard urbanistici per i servizi quando l’amministrazione comunale presentava tabelle e conti molto parziali e qualche volta errati».
Nelle foto: i prati di via Musiné e via Asti, preservati da nuove costruzioni.
A San Mauro – come è stato ricordato durante la serata – permangono anche problemi di messa in sicurezza, soprattutto nell’area collinare, dove si registrano frequentemente frane, e nelle aree vicino al fiume Po e ai rii. Un altro tema aperto riguarda l’area dell’autoporto Pescarito: dal 2015 sarà gestita dal Comune che erediterà dal Consorzio Pescarito la gestione delle infrastrutture (strade, illuminazione, rete fognaria) in una fetta di città, confinante con Settimo e Torino, densa di criticità e con sempre meno insediamenti industriali e produttivi. Pescarito occupa 1.141.000 mq e l’anno scorso il Consorzio aveva in cassa circa 200 mila euro, considerati insufficienti a coprire tutte le spese.
Emanuele FRANZOSO
Articolo pubblicato su "Testata d'Angolo" del 25/6/2013
sabato 29 giugno 2013
Madonna Pellegrina quei giorni memorabili
Luglio 1953, cinquant’anni fa. Nel bollettino della parrocchia di San Mauro
«L’Angelo delle Famiglie» troviamo un emozionato ricordo del pellegrinaggio
compiuto tre anni prima dalla Madonna Pellegrina nel territorio sanmaurese
(29 giugno-3 luglio 1950). Il parroco mons. Davide Corino firmava il testo che
qui riproduciamo, mezzo secolo dopo. La statua della Madonna Pellegrina
negli anni 1948-1950 passò attraverso le 330 parrocchie della diocesi torinese
concludendo il pellegrinaggio nel seminario di Rivoli il 29 ottobre 1950. Era
una statua lignea, opera della scuola di Ortisei: riproduceva l’immagine della
Madonna della Consolata, patrona della diocesi, la cui effigie è venerata da
secoli nell’omonimo santuario cittadino. Dal 1979 è ospitata nella parrocchia
della Risurrezione del Signore in Torino. (Enrico Mottura)
Or son tre anni e la tanto aspettata e desiderata Madonna Pellegrina arrivava a San Mauro e si fermava quattro giorni. Ricordate? Da mesi ci si preparava; nella settimana antecedente tutti in moto per l’addobbo delle case e preparare la luminaria. La lunga preparazione spirituale si accentuò nella Festa di S. Pietro; tutta la giornata fu dedicata a parlare della Madonna.
Giovedì 29 giugno – Sono le ore 21. Lo altoparlante dal campanile fa sentire fin nei più remoti posti del paese il concerto delle campane, è l’avviso: la Madonna sta per arrivare. Si parte per la borgata Croce: ecco la Madonna, la si colloca sul carro appositamente preparato; lo ricordate com’era bello? E la Madonna sorridente in mezzo a un giardino di fiori e in uno sfavillio di luci che ha trasformato il paese in un luogo di incanto passa benedicendo tutti. La prima funzione notturna è riservata alle donne.
Venerdì 30 giugno – La Madonna va a visitare le borgate Sambuj (S. Messa); Meirano e Moncanino, nella notte Via Crucis nel paese e visita al Cimitero; funzione che ha suscitato tanta commozione in tutti e tanti seri pensieri, e oh come saranno rallegrati i nostri morti.
Sabato 1 luglio – La Madonna va nello Oltre Po per la S. Messa; e nel pomeriggio attende tutti i bambini per benedirli, e poi va a consolare gli ammalati nell’Ospizio. Alla notte si va ai Pescatori per il rosario meditato, e quando alla mezzanotte la Madonna rientra in chiesa è accompagnata da tutti gli uomini di S. Mauro. La ricordate quella notte, o uomini e giovani? Avete avuto una pallida idea della felicità che vi attende in paradiso. Notte simile non la si rivivrà più tanto facilmente.
Domenica 2 luglio – Nella mattina tutti in Chiesa a trovare la Madonna, nel pomeriggio la processione di penitenza dei bambini; a ricordarla vengono ancora le lacrime agli occhi: a notte visita della Madonna nell’Oltre Po; vedremo ancora uno spettacolo simile? Eravamo tutti stanchi e assetati; ma chi ci pensava? Si stava così bene con la Mamma.
Lunedì 3 luglio – La Madonna va ai Pescatori per la S. Messa, a Villa S. Croce, alle fabbriche, ai vari istituti; per tutto il giorno fu in moto. Ormai eravamo abituati a vivere con Lei e avremmo voluto che restasse sempre in mezzo a noi; ma ohimè! La sera dovette partire per Rivodora. Lo ricordate lo schianto del cuore, le lacrime riversate, il dolore di quell’addio, confortato solo dal pensiero che un giorno l’avremo rivista in Paradiso ove la festa della Madonna sarà eterna. E quando al Martedì sera la Madonna ripassò per poco nel territorio di S. Mauro, la si volle ancora rivedere e tutti accorsero a Sambuj per l’ultimo addio.
È bene ricordare queste cose; fanno del bene, ma è dovere ancora esaminarci se fummo fedeli alle promesse fatte alla Madonna, se abbiamo vissuto la consacrazione che con tanto slancio del cuore avevamo fatta e firmata di nostro pugno. Il ricordo dell’anniversario della venuta della Madonna Pellegrina deve appunto richiamarci al proposito di essere veri devoti della Madonna, devozione che si deve manifestare con una vita interamente cristiana, nella dolce speranza che la Madonna ci faccia sempre da Mamma e che ci accolga un giorno nel bel Paradiso.
(Testo tratto dall’Angelo delle Famiglia, luglio 1953)
Articolo pubblicato su "Testata d'Angolo" del 26/5/2013
Or son tre anni e la tanto aspettata e desiderata Madonna Pellegrina arrivava a San Mauro e si fermava quattro giorni. Ricordate? Da mesi ci si preparava; nella settimana antecedente tutti in moto per l’addobbo delle case e preparare la luminaria. La lunga preparazione spirituale si accentuò nella Festa di S. Pietro; tutta la giornata fu dedicata a parlare della Madonna.
Giovedì 29 giugno – Sono le ore 21. Lo altoparlante dal campanile fa sentire fin nei più remoti posti del paese il concerto delle campane, è l’avviso: la Madonna sta per arrivare. Si parte per la borgata Croce: ecco la Madonna, la si colloca sul carro appositamente preparato; lo ricordate com’era bello? E la Madonna sorridente in mezzo a un giardino di fiori e in uno sfavillio di luci che ha trasformato il paese in un luogo di incanto passa benedicendo tutti. La prima funzione notturna è riservata alle donne.
Venerdì 30 giugno – La Madonna va a visitare le borgate Sambuj (S. Messa); Meirano e Moncanino, nella notte Via Crucis nel paese e visita al Cimitero; funzione che ha suscitato tanta commozione in tutti e tanti seri pensieri, e oh come saranno rallegrati i nostri morti.
Sabato 1 luglio – La Madonna va nello Oltre Po per la S. Messa; e nel pomeriggio attende tutti i bambini per benedirli, e poi va a consolare gli ammalati nell’Ospizio. Alla notte si va ai Pescatori per il rosario meditato, e quando alla mezzanotte la Madonna rientra in chiesa è accompagnata da tutti gli uomini di S. Mauro. La ricordate quella notte, o uomini e giovani? Avete avuto una pallida idea della felicità che vi attende in paradiso. Notte simile non la si rivivrà più tanto facilmente.
Domenica 2 luglio – Nella mattina tutti in Chiesa a trovare la Madonna, nel pomeriggio la processione di penitenza dei bambini; a ricordarla vengono ancora le lacrime agli occhi: a notte visita della Madonna nell’Oltre Po; vedremo ancora uno spettacolo simile? Eravamo tutti stanchi e assetati; ma chi ci pensava? Si stava così bene con la Mamma.
Lunedì 3 luglio – La Madonna va ai Pescatori per la S. Messa, a Villa S. Croce, alle fabbriche, ai vari istituti; per tutto il giorno fu in moto. Ormai eravamo abituati a vivere con Lei e avremmo voluto che restasse sempre in mezzo a noi; ma ohimè! La sera dovette partire per Rivodora. Lo ricordate lo schianto del cuore, le lacrime riversate, il dolore di quell’addio, confortato solo dal pensiero che un giorno l’avremo rivista in Paradiso ove la festa della Madonna sarà eterna. E quando al Martedì sera la Madonna ripassò per poco nel territorio di S. Mauro, la si volle ancora rivedere e tutti accorsero a Sambuj per l’ultimo addio.
È bene ricordare queste cose; fanno del bene, ma è dovere ancora esaminarci se fummo fedeli alle promesse fatte alla Madonna, se abbiamo vissuto la consacrazione che con tanto slancio del cuore avevamo fatta e firmata di nostro pugno. Il ricordo dell’anniversario della venuta della Madonna Pellegrina deve appunto richiamarci al proposito di essere veri devoti della Madonna, devozione che si deve manifestare con una vita interamente cristiana, nella dolce speranza che la Madonna ci faccia sempre da Mamma e che ci accolga un giorno nel bel Paradiso.
(Testo tratto dall’Angelo delle Famiglia, luglio 1953)
Articolo pubblicato su "Testata d'Angolo" del 26/5/2013
martedì 25 giugno 2013
Cattolici e Valdesi, comunità a confronto
Presso il salone della parrocchia
del Sacro Cuore si è tenuto
il 4 aprile un incontro
tra l’Unità pastorale di San
Mauro e la comunità valdese,
rappresentata dal pastore
Paolo Ribet e da alcuni fedeli
sanmauresi. Questo primo
appuntamento promosso dal
Gruppo Missionario dell’Unità
(altri seguiranno in autunno)
ha permesso di ascoltare
da fonte valdese – Ribet – la
narrazione dei fatti che nel
XVI secolo divisero i seguaci
di Pietro Valdo dalla Chiesa
Cattolica. Una lunga cavalcata
nella storia, iniziata nel Medio
Evo, quando nasce il movimento
pauperista di Valdo.
All’origine si trattava di un movimento interno alla Chiesa cattolica: puntava al ritorno alla radicalità del Vangelo, in modo non molto diverso dal movimento francescano e da altre esperienze di quell’epoca. Era un movimento molto esigente. Pietro Valdo, benestante, sebbene sposato, aveva scelto di tornare a una vita celibataria lasciando ogni bene materiale. Erano molte, all’epoca di Valdo, le incomprensioni con la Chiesa, impegnata a fronteggiare le eresie del tempo. Il primo nucleo dei Valdesi non venne comunque considerato eretico, ma tenuto ai margini dalla Chiesa stessa, che secondo Ribet non affrontò mai seriamente la questione: la Chiesa di Torino non prese subito sul serio le popolazioni insediate in Val Pellice, in val Chisone.
Nel 1526 esse tengono un Sinodo sulla Riforma, nel 1531 deliberano di mandare due rappresentanti in Svizzera per raccogliere informazioni sulla Riforma. In Svizzera sono criticati dai calvinisti per la loro vicinanza al cattolicesimo. Sempre nel 1531 tengono un nuovo Sinodo a Champoran (è un prato vicino a Torre Pellice) e a maggioranza, rinunciando alle loro origini e tradizioni, scelgono la Riforma. Calvino manda suoi pastori per avviare la comunità. I pastori valdesi vengono chiamati Barba (zio in patois), i seguaci Barbet. Sono montanari, si tassano per pagare un intellettuale che traduca la Bibbia in francese; sarà la prima traduzione in franco/provenzale. Nel 1536 i francesi si impadroniscono di Torino costringendo alla fuga i Savoia, ai quali restano soltanto i possedimenti di Vercelli e Nizza. Il Re di Francia designa come vice governatore Farel, cugino del Farel riformatore. Governatore è il marchese Giovanni Caracciolo di Melfi, anch’egli protestante.
In Piemonte la Riforma si diffonde in tutto lo Stato sabaudo. La teologia è quella calvinista. Carignano, Cambiano, Pancalieri, parte del saluzzese diventano protestanti. Nelle valli valdesi le chiese cattoliche vengono occupate e i valdesi si fanno catechismi propri. In Francia però le cose vanno diversamente e nel delfinato, a seguito del decreto del parlamento di Ex en Provence, i valdesi sono perseguitati e ne vengono uccisi 800. Nel 1560 Carlo V concede a Emanuele Filiberto di Savoia, suo capace generale, di ricostituire il ducato con lo scopo di creare uno stato cuscinetto. Emanuele Filiberto applica il principio «cuius regio eius et religio», perciò essendo cattolico il Duca, il popolo deve essere cattolico. I Valdesi non si adeguano. L’esercito sabaudo al comando di Filippo di Racconigi occupa il territorio, distrugge i loro libri (a cominciare dalle Bibbie), occupa le chiese. I Valdesi si rifugiano in montagna. cominciano la guerra partigiana.
Per far cessare le ostilità il 5 giugno 1561 si arriva a un concordato tra le due parti, l’Editto di Cavour: stabilisce un’area precisa (la Val Chisone, eccetto Pinerolo, e la Val Pellice) nella quale i Valdesi hanno libertà di culto, di predicazione e insegnamento con la facoltà di raccogliere anche le decime. L’Editto di Cavour evita al Piemonte le guerre di religione, che però non sono evitate in Alta Val di Susa, che in quel momento fa parte del Delfinato francese. Nel 1641 il duca dichiara abrogate le clausole del trattato di Cavour e manda le truppe a convertire i Valdesi agli ordini del marchese di Pianezza. Ricomincia la guerra partigiana e il marchese di Pianezza finisce per ritirare le truppe.
Nel 1685 Luigi XIV, il Re Sole, nipote del capo degli ugonotti, vieta il culto protestante in tutto il suo regno e impone al duca Vittorio Amedeo II, suo cugino, di inviare truppe nella Val Pellice a disperdere gli eretici. In val Chisone, in quel momento francese, ci pensa direttamente il Re Sole con il generale Catinat. Vittorio Amedeo II interviene ob torto collo, perché tra le sue truppe il battaglione più fedele è proprio quello dei valdesi, una minoranza fino a quel giorno protetta dal sovrano. È repressione pesante, ma fatta per mano francese. I Valdesi combattono la guerra partigiana, nella prima fase dell’occupazione molti riparano in Svizzera lasciando case e terreni vuoti; la ripopolazione viene fatta con gruppi di cattolici presi da Vercelli e dalla pianura. I bambini valdesi lasciati con le madri vengono portati a Torino per essere cattolicizzati.
Nel frattempo Vittorio Amedeo rompe l’alleanza con il Re di Francia e si allea con l’Inghilterra e con la Svizzera, consente ai Valdesi di ritornare, ma questi sono impossibilitati perché l’Alta Val Susa è francese. Partiti dalla Svizzera a piedi iniziano quello che chiamano il Grande ritorno, «il» momento epico, guidati da Arnaud. I francesi li aspettano a Salbertrand, loro sfuggono e passando dall’Assietta ritornano nelle loro Valli. Il Re di Francia, in quel momento, sta subendo attacchi da molti fronti (Inghilterra, Olanda, Impero, Spagna e anche dal Savoia) e deve lasciare perdere.
Tra le clausole imposte dagli Svizzeri ai Savoia per stringere l’alleanza c’è la liberazione dei pastori e la restituzione dei bambini. Fino al 1848 i Valdesi godono di tutele complete nell’ambito del trattato di Cavour. Con lo Statuto del 1848 sono parificati a tutti gli altri cittadini.
diacono Roberto PORRATI
Articolo pubblicato su "Testata d'Angolo" del 26/5/2013
All’origine si trattava di un movimento interno alla Chiesa cattolica: puntava al ritorno alla radicalità del Vangelo, in modo non molto diverso dal movimento francescano e da altre esperienze di quell’epoca. Era un movimento molto esigente. Pietro Valdo, benestante, sebbene sposato, aveva scelto di tornare a una vita celibataria lasciando ogni bene materiale. Erano molte, all’epoca di Valdo, le incomprensioni con la Chiesa, impegnata a fronteggiare le eresie del tempo. Il primo nucleo dei Valdesi non venne comunque considerato eretico, ma tenuto ai margini dalla Chiesa stessa, che secondo Ribet non affrontò mai seriamente la questione: la Chiesa di Torino non prese subito sul serio le popolazioni insediate in Val Pellice, in val Chisone.
Nel 1526 esse tengono un Sinodo sulla Riforma, nel 1531 deliberano di mandare due rappresentanti in Svizzera per raccogliere informazioni sulla Riforma. In Svizzera sono criticati dai calvinisti per la loro vicinanza al cattolicesimo. Sempre nel 1531 tengono un nuovo Sinodo a Champoran (è un prato vicino a Torre Pellice) e a maggioranza, rinunciando alle loro origini e tradizioni, scelgono la Riforma. Calvino manda suoi pastori per avviare la comunità. I pastori valdesi vengono chiamati Barba (zio in patois), i seguaci Barbet. Sono montanari, si tassano per pagare un intellettuale che traduca la Bibbia in francese; sarà la prima traduzione in franco/provenzale. Nel 1536 i francesi si impadroniscono di Torino costringendo alla fuga i Savoia, ai quali restano soltanto i possedimenti di Vercelli e Nizza. Il Re di Francia designa come vice governatore Farel, cugino del Farel riformatore. Governatore è il marchese Giovanni Caracciolo di Melfi, anch’egli protestante.
In Piemonte la Riforma si diffonde in tutto lo Stato sabaudo. La teologia è quella calvinista. Carignano, Cambiano, Pancalieri, parte del saluzzese diventano protestanti. Nelle valli valdesi le chiese cattoliche vengono occupate e i valdesi si fanno catechismi propri. In Francia però le cose vanno diversamente e nel delfinato, a seguito del decreto del parlamento di Ex en Provence, i valdesi sono perseguitati e ne vengono uccisi 800. Nel 1560 Carlo V concede a Emanuele Filiberto di Savoia, suo capace generale, di ricostituire il ducato con lo scopo di creare uno stato cuscinetto. Emanuele Filiberto applica il principio «cuius regio eius et religio», perciò essendo cattolico il Duca, il popolo deve essere cattolico. I Valdesi non si adeguano. L’esercito sabaudo al comando di Filippo di Racconigi occupa il territorio, distrugge i loro libri (a cominciare dalle Bibbie), occupa le chiese. I Valdesi si rifugiano in montagna. cominciano la guerra partigiana.
Per far cessare le ostilità il 5 giugno 1561 si arriva a un concordato tra le due parti, l’Editto di Cavour: stabilisce un’area precisa (la Val Chisone, eccetto Pinerolo, e la Val Pellice) nella quale i Valdesi hanno libertà di culto, di predicazione e insegnamento con la facoltà di raccogliere anche le decime. L’Editto di Cavour evita al Piemonte le guerre di religione, che però non sono evitate in Alta Val di Susa, che in quel momento fa parte del Delfinato francese. Nel 1641 il duca dichiara abrogate le clausole del trattato di Cavour e manda le truppe a convertire i Valdesi agli ordini del marchese di Pianezza. Ricomincia la guerra partigiana e il marchese di Pianezza finisce per ritirare le truppe.
Nel 1685 Luigi XIV, il Re Sole, nipote del capo degli ugonotti, vieta il culto protestante in tutto il suo regno e impone al duca Vittorio Amedeo II, suo cugino, di inviare truppe nella Val Pellice a disperdere gli eretici. In val Chisone, in quel momento francese, ci pensa direttamente il Re Sole con il generale Catinat. Vittorio Amedeo II interviene ob torto collo, perché tra le sue truppe il battaglione più fedele è proprio quello dei valdesi, una minoranza fino a quel giorno protetta dal sovrano. È repressione pesante, ma fatta per mano francese. I Valdesi combattono la guerra partigiana, nella prima fase dell’occupazione molti riparano in Svizzera lasciando case e terreni vuoti; la ripopolazione viene fatta con gruppi di cattolici presi da Vercelli e dalla pianura. I bambini valdesi lasciati con le madri vengono portati a Torino per essere cattolicizzati.
Nel frattempo Vittorio Amedeo rompe l’alleanza con il Re di Francia e si allea con l’Inghilterra e con la Svizzera, consente ai Valdesi di ritornare, ma questi sono impossibilitati perché l’Alta Val Susa è francese. Partiti dalla Svizzera a piedi iniziano quello che chiamano il Grande ritorno, «il» momento epico, guidati da Arnaud. I francesi li aspettano a Salbertrand, loro sfuggono e passando dall’Assietta ritornano nelle loro Valli. Il Re di Francia, in quel momento, sta subendo attacchi da molti fronti (Inghilterra, Olanda, Impero, Spagna e anche dal Savoia) e deve lasciare perdere.
Tra le clausole imposte dagli Svizzeri ai Savoia per stringere l’alleanza c’è la liberazione dei pastori e la restituzione dei bambini. Fino al 1848 i Valdesi godono di tutele complete nell’ambito del trattato di Cavour. Con lo Statuto del 1848 sono parificati a tutti gli altri cittadini.
diacono Roberto PORRATI
Articolo pubblicato su "Testata d'Angolo" del 26/5/2013
martedì 18 giugno 2013
Verso il Servizio per il Lavoro
Accompagnamento delle persone
in difficoltà con il lavoro:
concluso il percorso formativo
che in quattro sabati da gennaio
a marzo ha impegnato
numerosi volontari di Torino e
di altre diocesi (Cuneo, ad esempio),
l’Arcivescovo mons. Cesare
Nosiglia ha voluto incontrare
mercoledì 10 aprile tutti i
gruppi coinvolti, tra cui quelli
dell’Unità Pastorale sanmaurese
(San Vincenzo, Azione Cattolica,
Gruppo famiglie, Centro
d’ascolto). Il nascente Servizio
per il Lavoro, fortemente sostenuto
da Nosiglia, è coordinato
dall’Ufficio Pastorale Sociale e
del Lavoro di Torino, in collaborazione
con gli enti di formazione
professionale Egim Piemonte
e Fondazione Casa di Carità
Arti e Mestieri
Prendendo la parola all’inizio dell’incontro don Daniele Bortolussi (direttore dell’Ufficio) e Chiara Labasin (referente per il progetto «Servizio per il lavoro ») hanno sottolineato l’intenzione «di aiutare le parrocchie ad attivare nuovi gruppi di animazione sulla tematica del lavoro, il grande problema della nostra società». In estrema sintesi, si prevede la promozione di riflessioni capaci di animare le comunità sui temi sociali, anche attraverso momenti di confronto e di preghiera funzionali alla costituzione di «sportelli lavoro » gestiti da volontari, tali da fornire un fattivo supporto alla ricerca di un’occupazione.
«Principalmente – spiega la coordinatrice sanmaurese Anna Comollo – i volontari dovranno far leva sulla autopromozione delle persone, sulla loro autonomia e sul superamento del concetto di mera assistenza, per far sì che la ricerca di un impiego sia un impegno costante e cosciente. Prevediamo di avviare l’operatività a partire da settembre/ ottobre attivando diversi punti d’informazione (bacheche) presso le parrocchie, dove saranno riportate le informazioni che possono aiutare ad orientarsi nella ricerca del lavoro. Successivamente saranno organizzati momenti d’incontro focalizzati su argomenti specifici quali, ad esempio, come preparare un curriculum, come presentarsi/ prepararsi ad un colloquio, l’importanza della formazione permanente di un candidato, le tipologie di lavoro maggiormente presenti nell’area sanmaurese, ecc.
È prevista anche la possibilità di operare in rete con le altre organizzazioni esistenti sul territorio come: agenzie interinali, centri per l’impiego, altre parrocchie che già hanno attivato il Servizio per il Lavoro». I parroci don Claudio Furnari e don Ilario Corazza sottolineano l’importanza dell’iniziativa, suggerita dallo stesso Arcivescovo in occasione della sua Visita pastorale dello scorso anno. «Nella speranza di fornire un aiuto concreto – hanno affermato - faremo del nostro meglio per accompagnare le persone in difficoltà su questo fronte, facendo sentire loro come la Chiesa gli sia accanto in tutte le occasioni della vita».
Piero NEBBIA
Articolo pubblicato su "Testata d'Angolo" del 26/5/2013
Prendendo la parola all’inizio dell’incontro don Daniele Bortolussi (direttore dell’Ufficio) e Chiara Labasin (referente per il progetto «Servizio per il lavoro ») hanno sottolineato l’intenzione «di aiutare le parrocchie ad attivare nuovi gruppi di animazione sulla tematica del lavoro, il grande problema della nostra società». In estrema sintesi, si prevede la promozione di riflessioni capaci di animare le comunità sui temi sociali, anche attraverso momenti di confronto e di preghiera funzionali alla costituzione di «sportelli lavoro » gestiti da volontari, tali da fornire un fattivo supporto alla ricerca di un’occupazione.
«Principalmente – spiega la coordinatrice sanmaurese Anna Comollo – i volontari dovranno far leva sulla autopromozione delle persone, sulla loro autonomia e sul superamento del concetto di mera assistenza, per far sì che la ricerca di un impiego sia un impegno costante e cosciente. Prevediamo di avviare l’operatività a partire da settembre/ ottobre attivando diversi punti d’informazione (bacheche) presso le parrocchie, dove saranno riportate le informazioni che possono aiutare ad orientarsi nella ricerca del lavoro. Successivamente saranno organizzati momenti d’incontro focalizzati su argomenti specifici quali, ad esempio, come preparare un curriculum, come presentarsi/ prepararsi ad un colloquio, l’importanza della formazione permanente di un candidato, le tipologie di lavoro maggiormente presenti nell’area sanmaurese, ecc.
È prevista anche la possibilità di operare in rete con le altre organizzazioni esistenti sul territorio come: agenzie interinali, centri per l’impiego, altre parrocchie che già hanno attivato il Servizio per il Lavoro». I parroci don Claudio Furnari e don Ilario Corazza sottolineano l’importanza dell’iniziativa, suggerita dallo stesso Arcivescovo in occasione della sua Visita pastorale dello scorso anno. «Nella speranza di fornire un aiuto concreto – hanno affermato - faremo del nostro meglio per accompagnare le persone in difficoltà su questo fronte, facendo sentire loro come la Chiesa gli sia accanto in tutte le occasioni della vita».
Piero NEBBIA
Articolo pubblicato su "Testata d'Angolo" del 26/5/2013
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